Test in Valgo e in Varo del Ginocchio Varus e Valgus Stress Test): Come si Valutano i Legamenti Collaterali

Introduzione al Varus e Valgus Stress Test

Test in valgo e in varo del ginocchio: come si valutano i legamenti collaterali

I test in valgo e in varo del ginocchio, chiamati anche valgus stress test e varus stress test, sono manovre cliniche utilizzate per valutare la stabilità laterale dell’articolazione. Il test in valgo sollecita soprattutto il legamento collaterale mediale; quello in varo aiuta a valutare il legamento collaterale laterale, detto anche fibulare. [1–3]

Sono utili dopo alcuni traumi, ma nessun risultato va interpretato da solo. Dolore, apertura articolare, storia dell’infortunio e altri reperti devono essere valutati insieme. Un test negativo non garantisce l’assenza di lesioni, soprattutto quando dolore e contrazione muscolare limitano l’esame. [1,4]

Alla FisioClinic del Centro Colombo di Genova, la valutazione del ginocchio aiuta a definire quali approfondimenti siano opportuni e quale percorso riabilitativo possa essere indicato.

Che cosa sono i legamenti collaterali?

Il legamento collaterale mediale, indicato anche con le sigle LCM o MCL, si trova sul lato interno del ginocchio e contribuisce a contrastare le sollecitazioni in valgo. Il collaterale laterale, LCL o FCL, collega femore e perone sul lato esterno ed è importante nel controllo del varo. [2,3]

La stabilità non dipende però da due strutture isolate. Capsula, crociati e complessi posteromediale e posterolaterale partecipano al controllo del movimento. Un trauma può coinvolgere più strutture: per questo, un sospetto danno del collaterale richiede un esame più ampio del solo lato doloroso.

Test in valgo e in varo: le differenze

AspettoTest in valgoTest in varo
Struttura principalmente valutataCollaterale medialeCollaterale laterale/fibulare
Risposta osservataApertura del comparto internoApertura del comparto esterno
Ginocchio leggermente flessoValuta soprattutto la stabilità mediale, generalmente a 15–30°Valuta la stabilità laterale, generalmente a 20–30°
Ginocchio in estensioneUn’importante lassità può indicare un coinvolgimento più estesoLa lassità richiede di considerare strutture associate
InterpretazioneIntegrata con anamnesi ed esame completoIntegrata con anamnesi ed esame completo

Le angolazioni dipendono dal protocollo. Il consenso posterolaterale del 2025 richiama specificamente la valutazione in varo a 0° e 20°. Questi riferimenti servono al professionista e non sono istruzioni per eseguire il test a casa. [2,3]

A che cosa serve il Valgus Stress Test?

Il test in valgo ricerca dolore e alterazioni della stabilità mediale. Una lassità anomala con lieve flessione può suggerire un coinvolgimento del collaterale mediale superficiale. Se l’apertura è marcata anche in estensione, occorre considerare una lesione mediale più estesa ed eventuali lesioni associate. [2]

Durante l’esame il paziente è generalmente sdraiato; il professionista sostiene l’arto e applica una sollecitazione controllata. Valuta la risposta del ginocchio e, quando possibile, la confronta con il lato opposto.

Il dolore da solo non dimostra una rottura. La sede dei sintomi, l’apertura articolare e la qualità della resistenza finale al movimento contribuiscono al ragionamento clinico.

A che cosa serve il Varus Stress Test?

Il test in varo valuta la risposta del comparto laterale a una sollecitazione controllata. In lieve flessione offre informazioni sulla funzione del collaterale laterale; una lassità presente anche in estensione aumenta il sospetto di un interessamento più ampio. [3,5]

In presenza di sospetta instabilità posterolaterale, il medico può associare altre manovre per valutare anche la componente rotatoria. Il consenso internazionale del 2025 riconosce il test in varo come parte importante dell’esame clinico. È un accordo tra esperti, non una misura definitiva di sensibilità e specificità. [3]

Non è quindi corretto concludere che il test sia inutilizzabile perché alcuni studi storici hanno mostrato limiti: è più preciso dire che non basta, da solo, a confermare o escludere una lesione.

Dolore, lassità ed end point: che cosa significano?

I tre aspetti vanno distinti:

La lassità non è sinonimo di «aumento del ROM»: il ROM descrive l’ampiezza del movimento, per esempio quanto il ginocchio si piega o si estende. Inoltre, la sensazione di cedimento riferita dal paziente è un sintomo funzionale, che non coincide automaticamente con una determinata misura di apertura.

Quanto è affidabile il test in valgo?

Lo studio di Kastelein e colleghi del 2008 ha valutato 134 adulti con trauma del ginocchio; 35 presentavano una lesione mediale alla risonanza. Per il test a 30° sono stati riportati i seguenti valori. [1]

Criterio consideratoSensibilitàSpecificità
Dolore durante lo stress in valgo78%67%
Lassità durante lo stress in valgo91%49%

La sensibilità descrive quanto spesso il criterio risultava positivo nei pazienti con lesione; la specificità quanto spesso risultava negativo in quelli senza lesione.

I dati provengono da un singolo studio, in una popolazione e con un protocollo specifici. Non indicano la probabilità personale di avere una lesione. Lo studio sostiene l’utilità di combinare anamnesi ed esame, senza trasformare il test in una diagnosi certa. Anche l’assenza di dolore o lassità deve essere interpretata nel contesto clinico.

Quanto è affidabile il test in varo?

Le stime di accuratezza della manovra manuale isolata sono meno solide di quanto possa suggerire una singola percentuale. Lo studio storico di Harilainen del 1987 evidenziava numerosi falsi negativi nell’esame clinico delle lesioni acute; non rappresenta una misura universale delle prestazioni del test in ogni contesto. [4]

Il consenso del 2025 sostiene una valutazione integrata della sospetta lesione posterolaterale, comprendente esame clinico e imaging quando indicato. [3]

Per il paziente: se il ginocchio continua a cedere o i sintomi non sono coerenti con un esame inizialmente rassicurante, è opportuno rivalutare il quadro.

Si può stabilire il grado della lesione dai millimetri?

Esistono classificazioni differenti, ma non va utilizzata un’unica tabella di millimetri come regola valida per tutti i test e tutte le lesioni.

La stima manuale e la misura su radiografie sotto stress non sono intercambiabili. Contano angolo del ginocchio, modalità di applicazione della forza e confronto con il lato opposto. Il consenso sul comparto posteromediale sottolinea anche i limiti delle classificazioni esistenti. [2]

La gravità va definita considerando stabilità, sede della lesione ed eventuali strutture associate, non soltanto una soglia numerica.

Quando effettuare l’esame dopo il trauma?

Una valutazione tempestiva è importante, ma non esiste una regola universale che imponga il test nella prima ora o dopo 24 ore di immobilizzazione.

Dolore, versamento e difesa muscolare possono rendere l’esame meno tollerabile e meno informativo. Il professionista decide quali manovre siano appropriate, se servano accertamenti e quando ripetere la valutazione. Non si deve forzare il ginocchio per ottenere un risultato. [4,5]

La protezione e l’eventuale immobilizzazione dell’arto vengono scelte sul tipo di trauma: non sono un passaggio automatico per rendere eseguibile il test.

Quando servono radiografia o risonanza?

Gli accertamenti dipendono dalla domanda clinica. Dopo un trauma, la radiografia può essere il primo esame quando vi sono elementi che fanno sospettare una lesione ossea; la risonanza aiuta a valutare legamenti, menischi e altre strutture quando il quadro lo richiede. [6]

Nei sospetti danni legamentosi importanti o combinati, l’imaging può contribuire alla pianificazione. Le radiografie sotto stress, diverse dai test manuali, possono quantificare la lassità in contesti specialistici. Ecografia e risonanza non devono essere presentate come equivalenti per ogni sospetta lesione.

Un esame strumentale integra la visita: il referto deve essere collegato ai sintomi e alla funzione.

Dalla diagnosi alla riabilitazione

Un test positivo non implica automaticamente la chirurgia. Diverse lesioni isolate del collaterale mediale possono essere gestite con un percorso conservativo; le lesioni laterali importanti, posterolaterali o multilegamentose richiedono un inquadramento specialistico specifico. [3,5]

La revisione sistematica del 2024 sulla riabilitazione non chirurgica del collaterale mediale ha incluso 26 rapporti su 1.912 pazienti e ha rilevato notevole variabilità nei programmi. Non è quindi corretto promettere un protocollo o un tempo di recupero uguale per tutti. [7]

Secondo la lesione, il programma può comprendere protezione, recupero del movimento, rinforzo, controllo neuromuscolare e progressione verso le attività quotidiane o sportive. Le indicazioni su tutore e carico vanno personalizzate.

Il ritorno allo sport richiede una valutazione della funzione e della stabilità, oltre al tempo trascorso dall’infortunio. La sola riduzione del dolore non equivale al recupero completo.

Quando non aspettare una visita programmata

Dopo un trauma, deformità, piede freddo o pallido, alterazioni della sensibilità o marcata perdita di forza richiedono una valutazione urgente. Anche l’impossibilità di sostenere il peso o un gonfiore importante meritano un inquadramento tempestivo: non bisogna cercare di eseguire autonomamente test sotto stress. [5,6]

Valutazione del ginocchio alla FisioClinic di Genova

Presso la FisioClinic – Centro Polispecialistico Colombo, il dott. Andrea Bertulessi e il dott. Vittorio Anfossi, fisiatri, collaborano con il team riabilitativo per inquadrare dolore e limitazioni funzionali del ginocchio e definire le indicazioni appropriate.

Quando necessario, il percorso prevede approfondimenti e confronto ortopedico. La fisioterapia viene adattata alla diagnosi, alla stabilità e alle attività da recuperare.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra test in valgo e in varo?

Il valgo valuta soprattutto la stabilità mediale; il varo quella laterale. Entrambi fanno parte di un esame complessivo.

Un test positivo significa che il legamento è rotto?

No. Dolore e lassità hanno significati differenti e devono essere interpretati con gli altri reperti.

Un test negativo esclude una lesione?

Non sempre. Dolore, difesa muscolare e lesioni associate possono influenzare la valutazione.

Perché si esamina il ginocchio sia piegato sia esteso?

Perché cambia il contributo delle strutture stabilizzatrici. La presenza di lassità in estensione può suggerire un quadro più esteso.

Posso fare questi test a casa?

Non sono test per l’autodiagnosi: esecuzione e interpretazione richiedono competenza clinica, soprattutto dopo un trauma.

Serve sempre una risonanza?

No. Gli accertamenti vengono scelti in base al sospetto clinico e alle decisioni che possono modificare.

Una lesione del collaterale richiede sempre un intervento?

No. La scelta dipende da sede, gravità, stabilità ed eventuali lesioni associate.

Quanto tempo serve per tornare allo sport?

Non esiste una durata valida per tutti. Il ritorno viene guidato da recupero clinico, capacità funzionale e richieste sportive.

Bibliografia

  1. Kastelein M et al. Assessing Medial Collateral Ligament Knee Lesions in General Practice. Am J Med. 2008;121:982–988.e2. DOI: 10.1016/j.amjmed.2008.05.041. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18954845/ — Dati verificati anche nel capitolo 4 della tesi ospitata dal repository Erasmus: https://repub.eur.nl/pub/51469/121103_Wagemakers-Harry-Petrus-Adrianus.pdf
  2. Chahla J et al. The posteromedial corner of the knee: an international expert consensus statement on diagnosis, classification, treatment, and rehabilitation. Knee Surg Sports Traumatol Arthrosc. 2021;29:2976–2986; online 2020. https://doi.org/10.1007/s00167-020-06336-3
  3. LaPrade RF et al. A Contemporary International Expert Consensus Statement on the Evaluation, Diagnosis, Treatment, and Rehabilitation of Injuries to the Posterolateral Corner of the Knee. Arthroscopy. 2025;41:4630–4640. https://doi.org/10.1016/j.arthro.2025.04.055 — Consenso di esperti, livello V, non studio di accuratezza diagnostica.
  4. Harilainen A. Evaluation of knee instability in acute ligamentous injuries. Ann Chir Gynaecol. 1987;76:269–273. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/3435000/ — Consultato l’abstract; non utilizzato per attribuire una sensibilità universale del 25% al test in varo.
  5. Chapman G et al. Medial-Sided Ligamentous Injuries of the Athlete’s Knee: Evaluation and Management. Cureus. 2023;15:e36360. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10112817/
  6. American College of Radiology. ACR Appropriateness Criteria® Acute Trauma to the Knee. J Am Coll Radiol. 2020. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32370956/ — Tabelle di appropriatezza: https://acsearch.acr.org/list/GetAppendix?PanelName=Musculoskeletal&TopicId=78
  7. Svantesson J et al. Shedding light on the non-operative treatment of the forgotten side of the knee: rehabilitation of medial collateral ligament injuries—a systematic review. BMJ Open Sport Exerc Med. 2024;10:e001750. https://doi.org/10.1136/bmjsem-2023-001750

Le fonti recenti pertinenti individuate comprendono il consenso posterolaterale del 2025 e la revisione riabilitativa del 2024. Gli studi diagnostici storici sono mantenuti come tali: la data di consultazione non li rende nuove evidenze. La ricerca non costituisce una revisione sistematica registrata.


Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Camilla Gatti – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista


Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Visita Fisiatrica: dalla Diagnosi al Percorso di Fisioterapia

Introduzione alla visita specialistica fisiatrica

La visita fisiatrica è una valutazione medica specialistica che aiuta a inquadrare dolore, difficoltà di movimento e limitazioni funzionali, collegando la diagnosi alle possibili scelte riabilitative. Può orientare un percorso di fisioterapia personalizzato e stabilire quando siano necessari approfondimenti o altre valutazioni specialistiche. [1]

Presso la FisioClinic del Centro Colombo di Genova, il dott. Andrea Bertulessi e il dott. Vittorio Anfossi, specialisti in Medicina Fisica e Riabilitativa, collaborano con il team di fisioterapisti per costruire percorsi adeguati alle condizioni e agli obiettivi della persona.

Il punto di partenza è comprendere il problema: che cosa limita il movimento, come si manifesta il dolore e quali attività il paziente desidera recuperare.


Che cosa fa il fisiatra?

Il fisiatra è il medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa. La sua valutazione considera sia il quadro clinico sia le conseguenze sulla funzione: camminare, salire le scale, lavorare, usare un braccio o praticare sport. [1]

Può occuparsi di problematiche muscoloscheletriche, conseguenze di traumi o interventi chirurgici e condizioni neurologiche che influenzano il movimento e l’autonomia. Quando opportuno, integra la propria valutazione con quella di altri professionisti.

La visita può portare a una diagnosi, a un’ipotesi da approfondire oppure all’indicazione di un percorso diverso dalla fisioterapia. Anche riconoscere un dubbio diagnostico è parte di una valutazione appropriata.


Perché diagnosi e valutazione funzionale devono procedere insieme?

Conoscere il nome di una patologia è utile, ma non descrive tutte le esigenze riabilitative. Due persone con la stessa diagnosi possono avere dolore, forza, autonomia e obiettivi differenti.

Il modello europeo della Medicina Fisica e Riabilitativa collega la diagnosi medica alla valutazione del funzionamento, con attenzione alle attività, alla partecipazione e ai fattori personali e ambientali. [1]

Per esempio, una persona con dolore al ginocchio può avere difficoltà soprattutto sulle scale; un’altra può cercare di tornare alla corsa. Il percorso deve tenere conto di questa differenza.

Una valutazione utile chiarisce quindi non soltanto «che problema c’è», ma anche «quali capacità vanno recuperate e come verificarne il miglioramento».


Quando può essere utile una visita fisiatrica?

La valutazione specialistica può essere particolarmente utile quando:

Queste situazioni non richiedono tutte gli stessi esami o trattamenti. Il livello di assistenza va scelto sulla base del caso, evitando automatismi.


Come si svolge la visita fisiatrica?

Ascolto e storia clinica

Il medico raccoglie informazioni sull’esordio e sull’andamento dei sintomi, sugli eventuali traumi, sulle cure già effettuate, sulle condizioni di salute e sui farmaci assunti. È utile spiegare quali attività provocano difficoltà e quali risultati si desidera ottenere.

Esame clinico e funzionale

La valutazione viene adattata al problema e può comprendere osservazione del movimento, mobilità articolare, forza, cammino, equilibrio e valutazione neurologica quando pertinente. I test clinici vengono interpretati insieme alla storia e agli altri reperti, senza basare la diagnosi su un solo segno.

Sintesi e indicazioni

Al termine vengono discussi il quadro emerso, le eventuali incertezze, le opzioni disponibili e i passi successivi. Se indicata, la fisioterapia viene collegata a obiettivi concreti e a una modalità di rivalutazione.


Servono sempre ecografia, radiografia o risonanza?

No. Un esame è utile quando risponde a una domanda clinica rilevante e può orientare le decisioni. Una visita accurata non coincide con la richiesta del maggior numero possibile di accertamenti.

Nell’artrosi tipica dell’adulto, NICE raccomanda una diagnosi clinica senza imaging di routine, salvo caratteristiche atipiche o sospetto di altre condizioni. [2]

Nel mal di schiena, NICE sconsiglia l’imaging routinario nei contesti non specialistici e raccomanda di considerarlo in ambito specialistico quando il risultato può modificare la gestione. [3]

Le linee guida del 2025 sulla tendinopatia della cuffia dei rotatori sottolineano il ruolo della storia clinica e dell’esame, limitando l’imaging iniziale di routine. [4]

Alla FisioClinic, l’eventuale ecografia muscoloscheletrica viene valutata secondo l’indicazione clinica. Non è necessaria o conclusiva per ogni disturbo, e non sostituisce l’inquadramento medico.


Prescrivere un percorso: più di un numero di sedute

Quando la fisioterapia è indicata, un percorso comprensibile dovrebbe collegare le informazioni cliniche a:

Per esempio, «salire una rampa di scale con maggiore sicurezza» è un obiettivo più concreto del generico «fare terapia al ginocchio».

Il fisioterapista effettua la propria valutazione professionale, imposta il programma operativo e ne adatta la progressione alla risposta della persona, mantenendo il confronto con il medico quando necessario.

Nella riabilitazione neurologica, le raccomandazioni NICE del 2025 valorizzano un piano personalizzato fondato sui bisogni e sugli obiettivi della persona, con coordinamento e revisioni nel tempo. Questi orientamenti riguardano quello specifico ambito e non dimostrano che una singola modalità organizzativa sia superiore per tutti i pazienti. [5]


Che cosa indicano le evidenze sulla scelta dei trattamenti?

Le linee guida sostengono interventi appropriati alla condizione, con attenzione al recupero attivo.

Nell’artrosi, l’esercizio terapeutico personalizzato è un elemento centrale della gestione. [2] Per la tendinopatia della cuffia dei rotatori, le linee guida del 2025 raccomandano un programma attivo iniziale, che può includere controllo del movimento e rinforzo. [4]

Per il dolore lombare cronico primario, l’OMS propone un’assistenza personalizzata che consideri fattori fisici, psicologici e sociali, combinando gli interventi appropriati anziché affidarsi a una singola terapia isolata. [6]

La visita fisiatrica può aiutare a scegliere e coordinare le opzioni. Terapia manuale, terapie strumentali o procedure mediche non sono automaticamente necessarie: vanno valutate per indicazione, benefici attesi, rischi e preferenze della persona.

Avere una tecnologia disponibile non significa che sia indicata per ogni paziente.


È obbligatoria prima di qualsiasi fisioterapia?

Le evidenze non giustificano l’affermazione che ogni persona debba effettuare una visita fisiatrica prima di qualsiasi trattamento fisioterapico.

Una revisione sistematica del 2026 sui percorsi di accesso diretto alla fisioterapia per disturbi muscoloscheletrici in assistenza primaria ha riportato esiti clinici generalmente simili a quelli dei percorsi con invio medico, con prove prevalentemente di certezza bassa e limiti metodologici. Non era un confronto specifico tra visita fisiatrica e sua assenza nei casi complessi. [7]

La conclusione pratica è scegliere il percorso adeguato: una valutazione medica specialistica assume valore quando occorre chiarire la diagnosi, gestire complessità cliniche o valutare opzioni mediche. Il fisioterapista può riconoscere la necessità di un approfondimento e indirizzare il paziente.

Eventuali requisiti di prescrizione per convenzioni o rimborsi vanno verificati con il soggetto interessato; sono distinti dalla valutazione clinica del singolo caso.


Fisiatra e fisioterapista: una collaborazione che dà continuità

Medico e fisioterapista portano competenze complementari. Il fisiatra contribuisce all’inquadramento medico e alle indicazioni riabilitative; il fisioterapista valuta e segue il lavoro sul movimento e sulla funzione.

Il confronto è utile se emergono nuovi sintomi, se la progressione è difficile o se i risultati sono insufficienti. In questi casi il percorso viene rivalutato, invece di ripetere automaticamente lo stesso trattamento.

La diagnosi iniziale non è una promessa di risultato: il programma può cambiare quando arrivano nuove informazioni o cambia la risposta del paziente.


La visita con il dott. Andrea Bertulessi e il dott. Vittorio Anfossi

Presso la FisioClinic – Centro Polispecialistico Colombo, il dott. Andrea Bertulessi e il dott. Vittorio Anfossi eseguono visite fisiatriche e collaborano con il team riabilitativo nella gestione di problematiche ortopediche, neurologiche e sportive.

La presenza di specialisti e fisioterapisti nello stesso Centro facilita il confronto sulle indicazioni e sull’andamento del percorso. Non significa che ogni appuntamento venga svolto con entrambi i medici presenti: la visita viene prenotata con il professionista secondo disponibilità ed esigenze cliniche.

Per chi pratica sport, la valutazione può collegarsi alla riabilitazione e al ritorno graduale all’attività. Per chi presenta limitazioni quotidiane, gli obiettivi possono riguardare autonomia, sicurezza e tolleranza al movimento.


Come prepararsi alla visita

Porta i referti e gli esami già disponibili, eventuali lettere di dimissione o indicazioni postoperatorie e l’elenco dei farmaci. Non è necessario eseguire nuovi esami in autonomia prima dell’appuntamento.

Può essere utile annotare da quanto tempo sono presenti i sintomi, quali attività li modificano, quali trattamenti hai provato e quale attività vorresti recuperare. Un abbigliamento comodo facilita l’esame della zona interessata.


Quando serve una valutazione urgente

Non aspettare un appuntamento riabilitativo ordinario in presenza di sintomi come una nuova importante perdita di forza, alterazioni recenti del controllo di vescica o intestino associate a forte mal di schiena con dolore alla gamba, febbre con articolazione molto calda e gonfia o trauma con marcata difficoltà a sostenere il peso. È necessaria una valutazione medica tempestiva; i sintomi suggestivi di una compressione neurologica acuta richiedono una valutazione immediata. [2,3,8]


Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica

Desideri una valutazione con uno dei nostri fisiatri?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra


Domande frequenti

A che cosa serve la visita fisiatrica?

A inquadrare il problema medico e le limitazioni funzionali, valutare gli eventuali approfondimenti e definire indicazioni per il percorso riabilitativo.

Devo fare una risonanza prima della visita?

Non automaticamente. Porta gli esami già disponibili; il medico valuterà se servono ulteriori accertamenti. [2–4]

Il fisiatra prescrive sempre fisioterapia?

No. Può indicare fisioterapia, approfondimenti, altre valutazioni o un diverso trattamento secondo il quadro clinico.

Posso rivolgermi al fisiatra per dolore al ginocchio?

Sì. La visita può aiutare a inquadrare dolore e difficoltà di movimento, stabilendo se servano ulteriori accertamenti o altre competenze specialistiche.

La visita comprende sempre un’ecografia?

No. L’ecografia può essere considerata quando clinicamente indicata. Al momento della prenotazione si possono chiedere informazioni sulle modalità della prestazione.

Quante sedute di fisioterapia vengono prescritte?

Dipende dal problema e dagli obiettivi. Le indicazioni iniziali devono poter essere rivalutate secondo l’andamento e i risultati.

Il fisiatra sostituisce la valutazione del fisioterapista?

No. Le due valutazioni sono complementari e contribuiscono, con competenze differenti, al percorso.

La visita viene effettuata da entrambi i medici insieme?

Non necessariamente: si prenota con il professionista secondo disponibilità ed esigenze. Le grafiche mostrano una scena illustrativa di collaborazione.


Fonti e riferimenti

  1. European PRM Bodies Alliance. White Book on Physical and Rehabilitation Medicine in Europe. Chapter 7: The clinical field of competence: PRM in practice. 2018. Documento di riferimento professionale, non studio sperimentale. https://www.prmwhitebook.eu/white-book-prm/chapter-7-the-clinical-field-of-competence-prm-in-practice/
  2. NICE. Osteoarthritis in over 16s: diagnosis and management. NG226, 2022. Raccomandazioni vigenti consultate il 13 ottobre 2026. https://www.nice.org.uk/guidance/ng226/chapter/recommendations
  3. NICE. Low back pain and sciatica in over 16s: assessment and management. NG59, 2016; aggiornamento 2020. https://www.nice.org.uk/guidance/ng59/chapter/recommendations
  4. Desmeules F et al. Rotator Cuff Tendinopathy Diagnosis, Nonsurgical Medical Care, and Rehabilitation: A Clinical Practice Guideline. J Orthop Sports Phys Ther. 2025;55:235–274. https://doi.org/10.2519/jospt.2025.13182
  5. NICE. Rehabilitation for chronic neurological disorders including acquired brain injury. NG252, 15 ottobre 2025. Sezioni sulla valutazione dei bisogni, definizione degli obiettivi e pianificazione. https://www.nice.org.uk/guidance/ng252/chapter/rehabilitation-planning-and-delivery
  6. WHO. WHO guideline for non-surgical management of chronic primary low back pain in adults in primary and community care settings. 2023. https://www.who.int/publications/i/item/9789240081789
  7. Fischer M et al. Systematic review of direct access physiotherapy for musculoskeletal conditions in primary care: consequences for general practitioner workload, resource use, and organisation of care. BMC Prim Care. 2026;27:75. https://link.springer.com/article/10.1186/s12875-026-03186-9
  8. NICE. Suspected neurological conditions: recognition and referral. NG127. Raccomandazioni per gli adulti, inclusa la valutazione immediata dei sintomi suggestivi di sindrome della cauda equina. https://www.nice.org.uk/guidance/ng127/chapter/Recommendations-for-adults-aged-over-16
  9. WHO. Rehabilitation. Scheda informativa, 22 aprile 2024. Inquadramento generale dell’approccio centrato sulla persona e dei professionisti della riabilitazione. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/rehabilitation

Nota sulla ricerca: le raccomandazioni su diagnosi e trattamento non dimostrano, da sole, che una visita fisiatrica preventiva migliori ogni esito in tutti i pazienti. Il testo distingue raccomandazioni cliniche, quadro professionale e studi comparativi. Le fonti meno recenti sono incluse come riferimenti ancora pertinenti, senza presentarle come pubblicazioni nuove.


Valutazione della Corsa e della Scarpa nel Runner: il Percorso FisioClinic

Introduzione alla valutazione della corsa e della scarpa

Corri con regolarità, ma un fastidio tende a ripresentarsi? Hai cambiato scarpe e non sai se siano adatte ai tuoi allenamenti? Oppure vuoi riprendere a correre dopo un infortunio?

La valutazione della corsa e della scarpa mette in relazione il modo di correre, i sintomi, le caratteristiche della calzatura e il carico di allenamento. Può aiutare a definire un percorso personalizzato, ma non identifica una tecnica perfetta né garantisce l’assenza di infortuni.

Alla FisioClinic del Centro Colombo, a Genova, il riferimento per questo percorso è il Dott. Andrea Secchi, fisioterapista e responsabile della sezione Clinica del Runner.

Perché valutare la corsa insieme alla scarpa?

La corsa nasce dall’interazione tra corpo, allenamento e ambiente. Osservare soltanto l’appoggio del piede o l’usura della suola lascia fuori informazioni importanti: quando compare il dolore, quanto è cambiato l’allenamento e quali attività il runner riesce a sostenere.

Una valutazione clinica serve a collegare queste informazioni e a decidere se siano utili esercizi, una diversa gestione degli allenamenti, una modifica selettiva della tecnica o un confronto tra calzature.

Non ogni differenza osservata è un difetto da correggere. Anche una variazione del movimento visibile durante la corsa deve essere interpretata nel contesto, senza dedurre automaticamente che sia la causa del dolore.

Cosa dicono le evidenze più recenti?

Rieducare la corsa può aiutare, ma la risposta varia

Una revisione sistematica pubblicata nel giugno 2026 ha analizzato nove studi sulla rieducazione della corsa con feedback in runner con dolore agli arti inferiori. I risultati suggeriscono possibili benefici sul dolore e sulla funzione, ma la certezza delle prove è bassa. Gli studi sono piccoli e diversi tra loro e non dimostrano una superiorità costante rispetto ad altri interventi. link.springer.com

Una sperimentazione randomizzata del 2024, condotta in runner con dolore femoro-rotuleo, ha rilevato miglioramenti del dolore durante la corsa a sei mesi con programmi centrati sull’impatto o sulla cadenza rispetto al controllo. È un risultato utile per una condizione specifica: non autorizza a prescrivere la stessa modifica a tutti i runner. journals.plos.org

Valutazione e rieducazione sono due passaggi diversi: prima si comprende il problema, poi si decide se cambiare un parametro della corsa sia pertinente.

La scarpa influenza il movimento, ma non offre una protezione universale

La revisione Cochrane del 2022 sulle scarpe e sugli infortuni ha trovato prove prevalentemente di certezza bassa o molto bassa nei confronti tra diversi tipi di calzatura. Non sostiene una regola universale per scegliere la scarpa che previene gli infortuni. Anche la selezione basata sulla sola postura del piede non ha mostrato una riduzione degli infortuni nelle popolazioni studiate. www.cochrane.org

Una revisione con meta-analisi del 2025 ha rilevato che alcune scarpe con caratteristiche di controllo del movimento modificano parametri biomeccanici durante una singola sessione. Tuttavia, modificare un angolo articolare non equivale a dimostrare meno dolore o meno infortuni nel lungo periodo. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov

Conta anche il carico di allenamento

Uno studio del 2025 su 5.205 runner ha osservato un’associazione tra aumenti marcati della distanza di una singola uscita, rispetto alla corsa più lunga dei 30 giorni precedenti, e infortuni da sovraccarico. Si tratta di uno studio osservazionale: non prova una causa e non definisce una soglia sicura per ogni persona. bjsm.bmj.com

La valutazione deve quindi considerare anche le singole sedute, non soltanto i chilometri settimanali o il modello di scarpa.

Come si imposta una valutazione del runner?

Il percorso viene adattato alla persona e al motivo della consultazione. Una valutazione può comprendere:

Questi elementi descrivono un possibile percorso clinico, non un pacchetto fisso. Le modalità effettive vengono concordate con il Dott. Andrea Secchi.

Cadenza e appoggio: cosa va davvero corretto?

La cadenza è il numero di passi al minuto. Le revisioni mostrano che modificarla può cambiare alcuni parametri di carico e movimento; le prove su prestazione e infortuni sono invece più limitate. pmc.ncbi.nlm.nih.gov

Non esiste quindi un obbligo di raggiungere 180 passi al minuto. Anche l’appoggio di tallone non è, da solo, la dimostrazione di un errore. Una modifica tecnica può redistribuire il carico tra articolazioni e tessuti: non elimina il carico complessivo. pmc.ncbi.nlm.nih.gov

Il criterio clinico è verificare se una modifica mirata aiuti quel runner e se sia tollerata durante e dopo l’allenamento. Per chi corre senza sintomi non è automaticamente necessario cambiare tecnica.

Come valutare le scarpe da running?

La domanda più utile non è soltanto «qual è la scarpa migliore?», ma «come si inserisce questa scarpa nel mio percorso?».

Durante il confronto possono essere considerate:

Il comfort è un criterio pratico importante, ma non certifica che una scarpa prevenga gli infortuni.

Pronazione, impronta del piede e consumo della suola sono informazioni da interpretare insieme al quadro clinico. Da sole non bastano per diagnosticare il problema o prescrivere automaticamente una scarpa di stabilità. www.cochrane.org

Quando può essere utile rivolgersi alla Clinica del Runner?

La valutazione può essere pertinente quando:

Può essere anche un’occasione per fare il punto sugli obiettivi e sulle abitudini di corsa. Per un runner senza sintomi, però, non rappresenta un esame obbligatorio né un certificato di protezione dagli infortuni.

Se il quadro richiede accertamenti o una valutazione medica, il fisioterapista può indicare il percorso appropriato. Un dolore importante o in peggioramento non va affrontato soltanto cambiando scarpe.

Cosa portare alla valutazione?

Porta le scarpe che utilizzi abitualmente, abbigliamento comodo e gli eventuali esami già disponibili. Se li possiedi, possono essere utili anche il diario degli allenamenti e una descrizione di quando compaiono i sintomi.

Non è necessario acquistare nuove scarpe prima della consultazione: partire da quelle che già usi permette di discutere le scelte sulla base della tua esperienza.

Valutazione della corsa a Genova con il Dott. Andrea Secchi

Alla FisioClinic del Centro Colombo, la Clinica del Runner è il riferimento per chi desidera mettere in relazione corsa, calzature e percorso riabilitativo.

Il Dott. Andrea Secchi, fisioterapista e responsabile della sezione, accompagna la valutazione e la definizione delle priorità, considerando le esigenze e gli obiettivi della persona.

Per informazioni o per prenotare una valutazione della corsa e della scarpa a Genova, contatta la FisioClinic.

Domande frequenti

La valutazione della corsa può prevenire tutti gli infortuni?

No. Può aiutare a definire priorità e interventi pertinenti, ma non predice con certezza gli infortuni e non elimina tutti i fattori di rischio.

Devo cambiare scarpe se ho dolore?

Non necessariamente. Prima è utile capire il problema, l’evoluzione degli allenamenti e l’eventuale relazione temporale con il cambio di calzatura.

Se prono devo usare una scarpa di stabilità?

Non automaticamente. La scelta non dovrebbe basarsi soltanto sulla postura del piede, ma anche su sintomi, calzata, attività e risposta individuale.

Correre di tallone è sbagliato?

Non in modo universale. L’appoggio va interpretato nel contesto clinico; modificarlo può spostare il carico su altri tessuti.

Devo arrivare a 180 passi al minuto?

No. Non è un obiettivo valido per tutti. Un eventuale lavoro sulla cadenza va scelto e verificato in funzione della persona e del problema.

La valutazione è utile anche dopo un infortunio?

Può contribuire al percorso di ritorno alla corsa, insieme alla valutazione funzionale, alla riabilitazione e alla gestione del carico.

Devo portare le mie scarpe?

Sì, porta quelle che usi abitualmente e, se disponibili, gli esami e il diario degli allenamenti.

Riferimenti scientifici

What is the Effect of Changing Running Step Rate on Injury, Performance and Biomechanics? A Systematic Review and Meta-analysis. Sports Medicine – Open, 2022. Leggi la revisione.

Crowell MS et al. Gait Retraining with Realtime Feedback May Reduce Pain and Improve Function in Runners: A Systematic Review. Journal of Science in Sport and Exercise, 2026. Leggi lo studio.

de Souza Júnior JR et al. Effects of two gait retraining programs on pain, function, and lower limb kinematics in runners with patellofemoral pain: A randomized controlled trial. PLOS ONE, 2024. Leggi lo studio.

Running shoes for preventing lower-limb running injuries in adults. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2022. Leggi la revisione.

Esmaeili A et al. Short-Term Effects of Wearing Commercially and Non-commercially Available Motion Control Footwear Versus Standard Shoes on Running Biomechanics in Adults: A Systematic Review with Meta-analysis. Sports Medicine – Open, 2025. Leggi lo studio.

How much running is too much? Identifying high-risk running sessions in a 5200-person cohort study. British Journal of Sports Medicine, 2025. Leggi lo studio.

Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

Magnetoterapia per l’Edema Osseo: Quando Può Essere Utile e Cosa Dicono le Evidenze

Introduzione alla magnetoterapia per edema osseo

Hai letto “edema osseo” nel referto della risonanza magnetica e ti è stata proposta la magnetoterapia? È comprensibile voler sapere se sia utile e quanto possa aiutare il recupero.

La magnetoterapia a campi elettromagnetici pulsati può essere valutata come trattamento complementare in alcuni casi di edema osseo. Le prove cliniche specifiche restano però limitate: non è una cura universale e non sostituisce la diagnosi, la gestione del carico e un percorso riabilitativo personalizzato.

Alla FisioClinic del Centro Colombo, a Genova, il punto di partenza è capire perché l’edema è comparso e quali interventi siano indicati per quella persona.

Che cos’è l’edema osseo?

L’edema osseo, o edema del midollo osseo, è un’alterazione del segnale visibile alla risonanza magnetica. Può accompagnarsi a dolore, soprattutto durante il carico, e a difficoltà nel camminare o usare l’articolazione.

Non identifica, da solo, una singola malattia. Può essere associato a un trauma, a sovraccarico, a una lesione da stress o a una frattura da insufficienza. Può comparire anche in condizioni degenerative o in altre patologie che richiedono una gestione specifica. Ginocchio, anca, piede e caviglia sono tra le sedi interessate. [1]

La sindrome da edema del midollo osseo è una condizione distinta, diagnosticata dopo aver escluso altre cause. Per questo non basta riconoscere la parola “edema” nel referto per scegliere il trattamento: la risonanza va interpretata insieme alla visita e alla storia clinica.

Come funziona la magnetoterapia a campi elettromagnetici pulsati?

In questo contesto si parla di campi elettromagnetici pulsati, indicati anche con le sigle CEMP o PEMF. Un dispositivo genera campi variabili mediante applicatori posizionati sulla zona da trattare. Non si tratta dei comuni magneti statici presenti in alcuni accessori commerciali.

Gli studi sperimentali suggeriscono effetti su processi cellulari coinvolti nel metabolismo osseo e nella risposta infiammatoria. Questo offre un razionale biologico per l’impiego clinico, ma un risultato osservato in laboratorio non dimostra automaticamente un beneficio per ogni paziente. Per stabilire quanto il trattamento sia efficace servono studi clinici appropriati. [2]

Cosa dicono le evidenze più recenti?

Il quadro è promettente in alcuni contesti, ma ancora incerto.

Uno studio del 2015 sull’edema osseo dell’astragalo ha descritto miglioramenti del dolore, della funzione e del quadro alla risonanza in sei pazienti trattati con PEMF. È però una piccola serie senza gruppo di controllo: non permette di separare l’effetto della terapia dall’evoluzione naturale della condizione. [3]

Nel 2025 uno studio sull’osteoporosi transitoria dell’anca ha riportato un miglioramento clinico in sette degli otto pazienti sottoposti a un percorso combinato con farmaci, PEMF e riabilitazione. Un paziente ha sviluppato osteonecrosi e ha avuto bisogno di chirurgia. Poiché gli interventi erano associati e mancava un gruppo di controllo, non si può attribuire il risultato alla sola magnetoterapia. [4]

Le linee guida SIMFER pubblicate nel giugno 2026 includono la sindrome primaria da edema del midollo osseo nel proprio ambito. Tuttavia, la ricerca degli studi randomizzati, aggiornata al febbraio 2025, non ha individuato studi eleggibili per questa condizione. Le raccomandazioni relative ad altre sindromi dolorose non vanno quindi trasferite automaticamente all’edema osseo. [5]

La conseguenza pratica è questa: la magnetoterapia può essere una possibilità da discutere con lo specialista, ma non possiamo promettere che elimini l’edema, eviti un intervento o riduca con certezza i tempi di guarigione.

Perché la gestione del carico e la riabilitazione contano

Il trattamento dipende dalla causa. Se l’osso presenta una lesione da stress o da insufficienza, continuare a sovraccaricarlo può ostacolare il recupero. In altre situazioni sono necessari interventi diversi: lo stesso protocollo non è adatto a tutti.

Un percorso personalizzato può comprendere:

  1. Valutazione medica: interpretazione degli esami e identificazione della condizione responsabile del dolore.
  2. Gestione del carico: eventuale riduzione o protezione del carico, secondo indicazione clinica, e adattamento delle attività quotidiane.
  3. Esercizio terapeutico: lavoro sulla mobilità, sulla forza e sulla funzione, compatibile con la fase di recupero.
  4. Eventuale magnetoterapia: scelta del dispositivo e del programma in base all’indicazione e alle istruzioni d’uso.
  5. Rivalutazione: controllo di dolore, cammino, capacità funzionale e necessità di ulteriori accertamenti.

La fisioterapia aiuta a organizzare il recupero del movimento e il ritorno progressivo alle attività. Gli esercizi vanno adattati alla diagnosi: non sempre è indicato allenare subito la zona dolorosa sotto carico. Anche l’introduzione della magnetoterapia deve inserirsi nel piano complessivo. [1,2]

Quanto dura il trattamento?

Non esiste una durata valida per tutti gli edemi ossei. Tempi e modalità dipendono dalla causa, dalla sede, dal dispositivo utilizzato e dall’evoluzione dei sintomi.

Per lo stesso motivo non è corretto consigliare online un numero universale di ore al giorno. Il programma va concordato con il professionista e rispettato senza aumentare autonomamente intensità o durata.

Il miglioramento del dolore e la variazione del segnale alla risonanza non coincidono necessariamente. Il recupero si valuta anche attraverso ciò che la persona riesce a fare; un eventuale controllo radiologico viene deciso dal medico quando può cambiare la gestione.

È possibile fare magnetoterapia a casa?

Quando è indicata, la terapia può essere svolta anche a domicilio con un dispositivo adatto e un programma definito. Alla FisioClinic è possibile chiedere informazioni anche sul noleggio dell’apparecchio per magnetoterapia e sulle modalità di utilizzo previste dal percorso.

Il noleggio non sostituisce la valutazione. Prima di iniziare è necessario verificare le controindicazioni e le istruzioni del dispositivo, soprattutto in presenza di pacemaker o altri dispositivi elettronici impiantati, oppure in gravidanza. [6]

Se il dolore aumenta, il carico diventa più difficile o compaiono nuovi sintomi, è opportuno contattare il professionista che segue il trattamento.

Un percorso per l’edema osseo a Genova

L’obiettivo è scegliere interventi proporzionati al problema e accompagnare un recupero sicuro della funzione. La magnetoterapia può avere un ruolo complementare, quando appropriato; diagnosi, gestione del carico e rivalutazione restano centrali.

Hai una diagnosi di edema osseo? Contatta la FisioClinic del Centro Colombo per conoscere le possibilità di valutazione e riabilitazione e verificare se la magnetoterapia sia indicata nel tuo caso.

Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Domande frequenti

La magnetoterapia elimina l’edema osseo?

Non è possibile garantirlo. Alcuni piccoli studi riportano miglioramenti, ma le prove non consentono di affermare che funzioni per tutte le cause e tutte le persone.

È utile per l’edema osseo del ginocchio?

Può essere valutata in casi selezionati. Prima bisogna capire se l’edema sia legato, per esempio, a un trauma, a sovraccarico o a una lesione da insufficienza: la gestione cambia con la diagnosi.

Serve anche la fisioterapia?

Può essere indicata per recuperare movimento, forza e funzione. Esercizi e progressione del carico devono rispettare la condizione dell’osso e le indicazioni mediche.

Posso camminare o fare sport durante il trattamento?

Dipende dalla causa e dalla fase di recupero. La magnetoterapia non autorizza automaticamente a riprendere sport o attività dolorose. Il carico va concordato con il professionista.

Quante ore di magnetoterapia devo fare?

Non c’è un numero universale. Segui il programma prescritto per il dispositivo e per il tuo caso, senza modificarlo autonomamente.

Posso noleggiare un apparecchio?

Puoi chiedere alla FisioClinic informazioni sul noleggio e sull’eventuale utilizzo domiciliare, dopo aver verificato l’indicazione e le modalità di trattamento.

Fonti scientifiche e tecniche

  1. Bone marrow edema of the knee: a narrative review. Archives of Orthopaedic and Trauma Surgery, 2024. DOI: 10.1007/s00402-024-05332-3.
  2. Andriolo L et al. Conservative treatments of bone marrow lesions. Journal of Experimental Orthopaedics, 2025. DOI: 10.1002/jeo2.70151.
  3. Martinelli N et al. Treatment of bone marrow edema of the talus with pulsed electromagnetic fields: outcomes in six patients. J Am Podiatr Med Assoc. 2015;105(1):27–32. PubMed. DOI: 10.7547/8750-7315-105.1.27.
  4. Puma Pagliarello C et al. Transient Osteoporosis of the Hip: Clinical and Radiological Outcomes After Combined Pharmacologic and Biophysical Therapy. J Clin Med. 2025;14(21):7879. DOI: 10.3390/jcm14217879.
  5. Iolascon G et al. SIMFER guidelines on physical modalities for chronic primary pain management. Eur J Phys Rehabil Med. 2026;62(3):221–231. DOI: 10.23736/S1973-9087.26.09631-0. Testo completo.
  6. I-Tech Medical Division. MAG2000 – Manuale d’uso, riferimento tecnico per precauzioni e controindicazioni; verificare sempre il manuale dell’apparecchio effettivamente impiegato. Manuale.

Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista

Fisioterapia dopo Litoclasia Ecoguidata: Come Recuperare la Spalla e Quando Valutare le Onde d’Urto Focali

Introduzione alla fisioterapia post litoclasia ecoguidata

Fisioterapia dopo litoclasia ecoguidata: come recuperare la spalla e quando valutare le onde d’urto focali

Dopo una litoclasia ecoguidata per una calcificazione della spalla, il percorso può comprendere fisioterapia e, in casi selezionati, onde d’urto focali. L’obiettivo è migliorare dolore e funzione: nessun trattamento può garantire la completa eliminazione dell’infiammazione.

La domanda utile dopo la procedura è concreta: riesci a dormire, vestirti e usare il braccio con maggiore facilità? Il recupero va valutato anche attraverso queste attività, insieme ai controlli clinici. Una calcificazione più piccola non racconta, da sola, tutto ciò che sta accadendo alla spalla.

Che cos’è la litoclasia ecoguidata della spalla?

La litoclasia, chiamata anche lavaggio percutaneo ecoguidato o barbotage, è una procedura che utilizza la guida ecografica per raggiungere il deposito calcifico con uno o più aghi e lavarlo, cercando di aspirarne il materiale. Non è una tecnica che assicura sempre la rimozione completa della calcificazione. [1]

L’indicazione dipende dal quadro clinico. Le linee guida JOSPT 2025 includono il lavaggio tra le opzioni per la tendinopatia calcifica resistente ai trattamenti iniziali. [2]

Perché il dolore può persistere dopo il lavaggio?

Il dolore residuo non dimostra automaticamente che la procedura sia fallita, né che serva un altro trattamento sulla calcificazione. Occorre rivalutare il rapporto tra sintomi, capacità di movimento e reperti degli esami.

Nel trial BMJ del 2023, la scomparsa del deposito non corrispondeva necessariamente a un risultato clinico migliore. Lo studio, condotto su 220 adulti, non ha mostrato un vantaggio del lavaggio con corticosteroide rispetto alla procedura simulata agli esiti principali a quattro mesi, né una superiorità a 24 mesi. Questi risultati invitano a evitare promesse di guarigione basate esclusivamente sulla rimozione del calcio. [1]

Se il dolore continua, il passo successivo è quindi una valutazione, non l’aggiunta automatica di terapie.

Qual è il ruolo della fisioterapia dopo la litoclasia?

La riabilitazione attiva è raccomandata dalle linee guida per la tendinopatia della cuffia dei rotatori: può comprendere esercizi di controllo del movimento e rinforzo, adattati alla persona. Questo sostiene un percorso orientato alla funzione, ma non dimostra che esista un protocollo post-litoclasia valido per tutti. [2]

Nel confronto con il fisioterapista, è utile definire obiettivi osservabili: sollevare il braccio, raggiungere uno scaffale, tornare a un’attività lavorativa o riprendere uno sport. La prescrizione degli esercizi dovrebbe spiegare cosa fare, come eseguirlo e quando modificare il programma.

Un percorso personalizzato può organizzarsi intorno a tre esigenze:

Questi sono criteri pratici per costruire il percorso, non una sequenza obbligatoria né una prescrizione di esercizi da eseguire autonomamente.

Quando iniziare e quanto dura il recupero?

L’avvio va concordato con il medico che ha effettuato la litoclasia. Nel trial BMJ gli esercizi domiciliari iniziavano entro una settimana e proseguivano per otto settimane: era il protocollo della ricerca, non una scadenza universale. [1]

Per il singolo paziente, è più utile fissare momenti di rivalutazione che promettere un numero preciso di sedute. Prima di cominciare, porta al fisioterapista il referto e le indicazioni ricevute dopo la procedura. Chiedi anche quali attività puoi riprendere e quali criteri verranno utilizzati per aumentare i carichi.

Le onde d’urto focali sono utili dopo la litoclasia?

Possono essere considerate in casi selezionati. Le linee guida distinguono la tendinopatia calcifica da quella non calcifica e consentono l’impiego delle onde d’urto nella prima. Questo non equivale a raccomandarle sistematicamente dopo ogni lavaggio. [2]

Esistono dati specifici sulla combinazione. Hiraoka e colleghi, nel 2025, hanno descritto miglioramenti clinici e riassorbimento delle calcificazioni con lavaggio e onde d’urto focali in pazienti con sintomi persistenti. Lo studio era retrospettivo e non permette di stabilire quanto beneficio aggiuntivo dipendesse dalle onde d’urto rispetto al solo lavaggio. [3]

Uno studio prospettico comparativo pubblicato a settembre 2026 ha analizzato 66 pazienti con calcificazioni di tipo Gärtner II. Il gruppo trattato anche con onde d’urto focali ha avuto risultati migliori a sei mesi per dolore, funzione e residuo calcifico. Entrambi i gruppi ricevevano anche fisioterapia e infiltrazione corticosteroidea. Poiché l’assegnazione non era randomizzata, i risultati indicano un’associazione favorevole, non una prova definitiva di superiorità applicabile a tutti. [4]

La scelta va quindi discussa sulla base della rivalutazione clinica, dei risultati già ottenuti e degli obiettivi del paziente.

Serve sempre associare litoclasia, fisioterapia e onde d’urto?

No. Una proposta terapeutica deve chiarire quale problema intende affrontare e come verrà valutato il risultato. Aggiungere una procedura perché è disponibile non basta a giustificarla.

Le domande utili da porre sono: «Qual è l’obiettivo di questo trattamento?», «Quali alternative ho?» e «Quando rivaluteremo se sta funzionando?». Se la funzione sta migliorando, il percorso potrà essere diverso da quello di una persona con sintomi persistenti e limitazioni importanti.

Il percorso presso FisioClinic – Centro Colombo a Genova

Presso FisioClinic – Centro Colombo puoi richiedere una valutazione fisiatrica e fisioterapica per definire il percorso dopo una litoclasia ecoguidata. I fisiatri, dott. Vittorio Anfossi e dott. Andrea Bertulessi, e il team di fisioterapia possono valutare il recupero della spalla e l’eventuale indicazione alle onde d’urto focali.

Porta con te i referti e le indicazioni della procedura: aiutano a impostare un percorso coerente con quanto già effettuato.

Prenota una valutazione per il recupero della spalla.

Domande frequenti

È necessario fare fisioterapia dopo la litoclasia?

È opportuno valutare il bisogno di riabilitazione in relazione a dolore, movimento e attività da recuperare. Non tutti necessitano dello stesso numero di sedute; il programma può includere esercizi domiciliari e controlli.

Le onde d’urto focali sono obbligatorie dopo il lavaggio?

No. Gli studi sulla combinazione sono promettenti, ma non giustificano l’impiego automatico in ogni paziente. [3,4]

La calcificazione deve scomparire completamente per stare meglio?

La scomparsa radiologica del deposito non garantisce da sola la risoluzione dei sintomi. Il recupero va valutato anche sul piano clinico e funzionale. [1]

Posso tornare subito in palestra?

La ripresa va concordata con i professionisti che ti seguono. Porta le indicazioni ricevute dopo il lavaggio e chiedi un piano per tornare ai tuoi esercizi abituali.

Quante sedute occorrono?

Non esiste un numero universale. Il percorso viene adattato al punto di partenza e ai progressi, con obiettivi e rivalutazioni concordati.

Il trattamento elimina completamente l’infiammazione?

Non è un risultato che si possa garantire. È più corretto parlare di miglioramento dei sintomi e della funzione, verificato nel tempo.

Fonti

Biliavskyi VO, Strafun OS. Terra Orthopaedica. 2026;(2[129]):24–32. Coorte prospettica comparativa non randomizzata. https://doi.org/10.37647/2786-7595-2026-129-2-24-32

Moosmayer S et al. BMJ. 2023;383:e076447. Studio randomizzato con controllo simulato. https://doi.org/10.1136/bmj-2023-076447

Desmeules F et al. J Orthop Sports Phys Ther. 2025;55(4):235–274. Linee guida sulla tendinopatia della cuffia dei rotatori. https://doi.org/10.2519/jospt.2025.13182

Hiraoka Y et al. J Orthop Sci. 2025;30(5):805–809. Studio retrospettivo sulla combinazione di lavaggio e onde d’urto focali. https://doi.org/10.1016/j.jos.2024.12.005

Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista

Linfedema: Trattamento Fisioterapico, Linfodrenaggio e Bendaggi Compressivi

Introduzione al Linfedema

Il linfedema è una condizione cronica caratterizzata dall’accumulo di liquido ricco di proteine nei tessuti, dovuto a una ridotta capacità di trasporto del sistema linfatico. Può interessare braccia, gambe, genitali, volto o altre regioni corporee e può essere primario, legato ad alterazioni congenite o genetiche, oppure secondario a interventi chirurgici, asportazione dei linfonodi, radioterapia, tumori, infezioni, traumi, obesità o patologie venose.

Il gonfiore persistente non è soltanto un problema estetico. Nel tempo può associarsi a pesantezza, tensione cutanea, riduzione della mobilità, dolore, alterazioni della consistenza dei tessuti, difficoltà nelle attività quotidiane e maggiore rischio di infezioni come erisipela e cellulite batterica.

Il linfedema non viene normalmente “guarito” con una singola tecnica, ma può essere controllato attraverso un programma individualizzato. Secondo il documento di consenso 2023 dell’International Society of Lymphology, il riferimento conservativo è la terapia decongestiva complessa, che integra compressione, cura della pelle, esercizio terapeutico, educazione del paziente e, quando indicato, linfodrenaggio manuale.

Trattamento del linfedema: perché serve prima una diagnosi corretta

Non tutti i gonfiori sono linfedema. Edema venoso, trombosi venosa profonda, insufficienza cardiaca o renale, lipedema, infezioni, effetti farmacologici e altre condizioni possono produrre segni simili. Prima di iniziare un bendaggio compressivo è quindi necessario inquadrare la causa del gonfiore, valutare la pelle, la sensibilità, lo stato vascolare e le eventuali comorbidità.

La valutazione può comprendere anamnesi, ispezione e palpazione, misurazioni circonferenziali o volumetriche, fotografia clinica e valutazione funzionale. Quando necessario, il medico può richiedere ecocolordoppler, bioimpedenziometria, linfoscintigrafia, linfografia con verde indocianina o risonanza magnetica.

Un gonfiore comparso improvvisamente, soprattutto se monolaterale e associato a dolore, rossore, aumento della temperatura cutanea, febbre, fiato corto o dolore toracico, richiede una valutazione medica tempestiva.

Che cos’è la terapia decongestiva complessa

La terapia decongestiva complessa, indicata anche come CDT o CDP, viene generalmente organizzata in due fasi.

Fase intensiva o di riduzione

Ha l’obiettivo di ridurre l’edema e migliorare la consistenza dei tessuti. Può comprendere:

La frequenza e la durata dipendono da sede, stadio, consistenza dei tessuti, comorbidità e risposta individuale.

Fase di mantenimento

Dopo la riduzione del volume, l’obiettivo è conservare i risultati mediante:

Senza una strategia di mantenimento, l’edema può aumentare nuovamente.

Linfodrenaggio manuale: come funziona e cosa dicono gli studi

Il linfodrenaggio manuale è una tecnica specialistica diversa dal massaggio tradizionale. Utilizza manovre lente, leggere e ritmiche, orientate secondo l’anatomia e la funzionalità del sistema linfatico. Il trattamento viene adattato alla sede del linfedema, alla presenza di cicatrici, fibrosi, dolore e alle vie linfatiche ancora disponibili.

L’obiettivo è favorire lo spostamento del liquido verso territori con capacità di drenaggio conservata, migliorare la mobilità cutanea e alleviare sintomi come tensione e pesantezza.

Le evidenze richiedono però una comunicazione equilibrata. Alcuni studi descrivono miglioramenti di sintomi, qualità di vita o volume, soprattutto nei quadri iniziali. Altre revisioni non rilevano un’ulteriore riduzione volumetrica significativa quando il linfodrenaggio viene aggiunto a un programma decongestivo già comprendente una compressione efficace.

Il linfodrenaggio non deve quindi essere presentato come una tecnica miracolosa né come sostituto della compressione. Il suo possibile valore è quello di una componente personalizzata del programma, selezionata in base a caratteristiche cliniche e obiettivi del paziente.

Un massaggio energico e non specifico non equivale al linfodrenaggio e può essere inadatto, soprattutto in tessuti fragili o fibrotici.

Bendaggio compressivo multistrato nel linfedema

Nella fase intensiva vengono comunemente utilizzate bende a corta estensibilità o sistemi multistrato a bassa elasticità. È più preciso definirli bendaggi compressivi multistrato piuttosto che genericamente “bendaggi elastocompressivi”, perché nel linfedema si ricerca spesso un’elevata pressione di lavoro durante il movimento e una pressione di riposo più contenuta.

Il sistema può comprendere:

  1. protezione della pelle;
  2. imbottitura per uniformare le pressioni e proteggere prominenze ossee;
  3. materiali sagomati per aree fibrotiche o irregolari;
  4. uno o più strati compressivi applicati con una pressione e un gradiente appropriati.

La compressione contrasta l’accumulo di liquido, favorisce l’azione della pompa muscolare durante il movimento e può contribuire al rimodellamento dei tessuti. Il risultato non dipende soltanto dal tipo di benda: tecnica applicativa, forma dell’arto, mobilità, aderenza e corretta selezione del paziente sono determinanti.

Un bendaggio troppo stretto, mal distribuito o privo di adeguata imbottitura può causare dolore, lesioni cutanee, compressione nervosa o compromissione circolatoria. Per questo il consenso internazionale raccomanda che il bendaggio multistrato sia applicato da personale formato.

Bende all’ossido di zinco: quando possono essere utili

Le bende impregnate di pasta all’ossido di zinco, spesso indicate come stivaletto di Unna, formano un sistema semirigido o poco elastico. La pasta può esercitare un’azione protettiva e lenitiva sulla cute, mentre il bendaggio fornisce una compressione che diventa più efficace durante il movimento dei muscoli del polpaccio.

La loro indicazione più consolidata riguarda la malattia venosa cronica, le ulcere venose e alcuni edemi degli arti inferiori associati a insufficienza venosa. Possono essere considerate in quadri misti, come il flebolinfedema, oppure quando sono presenti alterazioni cutanee compatibili, sempre dopo valutazione vascolare e clinica.

Non esistono invece prove solide per considerare la benda all’ossido di zinco superiore al bendaggio multistrato standard nel linfedema puro. L’effetto decongestivo deriva soprattutto dalla compressione e dall’attività muscolare, non dalla presenza dello zinco in sé.

Uno studio osservazionale del 2025 su appena dieci pazienti ha rilevato una riduzione dell’edema degli arti inferiori con benda zincata in persone affette da malattia venosa cronica. Il risultato è interessante ma preliminare e non può essere trasferito automaticamente a tutti i pazienti con linfedema.

Ossido di zinco e cute: benefici e limiti

L’ossido di zinco può contribuire a proteggere la cute da umidità e irritazione e viene impiegato nella gestione di alcune dermatiti e lesioni venose. Tuttavia, la pelle deve essere controllata regolarmente.

La benda zincata può non essere appropriata in caso di:

La scelta tra benda zincata, bendaggio multistrato, tutori regolabili e indumenti compressivi deve quindi essere clinica e non commerciale.

Esercizio terapeutico e movimento

Il movimento attiva la pompa muscolare e rende più efficace la compressione. Il programma può includere mobilità di caviglia, ginocchio, anca, spalla o gomito, cammino, esercizio aerobico, rinforzo progressivo e attività funzionali.

Le evidenze attuali sostengono la sicurezza dell’esercizio progressivo nelle persone con linfedema, compreso quello correlato ai trattamenti oncologici. L’esercizio non deve essere vietato in modo indiscriminato: carico, intensità e progressione vanno adattati alla persona e monitorati.

Cura della pelle e prevenzione delle infezioni

La barriera cutanea è parte integrante del trattamento. Sono raccomandati detersione delicata, asciugatura accurata, idratazione con prodotti appropriati e controllo di tagli, fissurazioni, micosi e irritazioni.

Rossore improvviso, dolore, calore, febbre o rapido peggioramento del gonfiore possono indicare un’infezione. In questi casi la terapia compressiva e manuale deve essere rivalutata dal professionista e può essere necessario un trattamento medico.

Quando la compressione richiede cautela

Prima di comprimere un arto inferiore può essere necessario valutare la perfusione arteriosa mediante indice caviglia-braccio o altri esami vascolari. La compressione può essere controindicata o richiedere modifica e supervisione specialistica in presenza di:

Le controindicazioni non sono tutte assolute: la decisione dipende dalla diagnosi, dalla gravità e dalla collaborazione tra medico, fisioterapista, infermiere e specialista vascolare.

Come si misura l’efficacia del trattamento

Un programma ben strutturato non si limita alla percezione visiva. I risultati possono essere monitorati attraverso:

Gli obiettivi devono essere realistici. Nei linfedemi avanzati con fibrosi o aumento del tessuto adiposo, la riduzione del volume può essere parziale; migliorare funzione, comfort e prevenzione delle complicanze rimane clinicamente importante.

Conclusioni

Il trattamento fisioterapico del linfedema è un percorso integrato. La compressione, associata a cura della pelle, esercizio ed educazione, rappresenta il nucleo della terapia conservativa. Il linfodrenaggio manuale può essere utile in pazienti selezionati, soprattutto per sintomi e gestione individualizzata, ma non sostituisce un’adeguata compressione.

Le bende all’ossido di zinco trovano la loro applicazione più razionale nei quadri venosi o misti e in specifiche condizioni cutanee. Presentarle come trattamento universale del linfedema sarebbe scientificamente scorretto.

Una valutazione specialistica consente di scegliere materiali, pressioni e tecniche appropriate e di costruire un programma sicuro, misurabile e sostenibile.

Domande frequenti sul linfedema

Il linfodrenaggio manuale elimina definitivamente il linfedema?

No. Il linfedema è generalmente cronico. Il linfodrenaggio può contribuire al controllo dei sintomi in alcuni pazienti, ma deve essere inserito in un programma che comprenda soprattutto compressione, movimento, cura della pelle e mantenimento.

Il bendaggio è più efficace del solo linfodrenaggio?

La compressione è considerata una componente centrale della riduzione e del mantenimento dell’edema. Le evidenze sul beneficio volumetrico aggiuntivo del linfodrenaggio rispetto a una compressione efficace sono variabili.

Cosa sono le bende a corta estensibilità?

Sono bende poco elastiche che producono una pressione di lavoro elevata quando i muscoli si contraggono e una pressione di riposo relativamente contenuta. Vengono spesso impiegate nei bendaggi multistrato per il linfedema.

A cosa serve la benda all’ossido di zinco?

Fornisce una compressione semirigida e può proteggere o lenire la pelle. È soprattutto utilizzata in presenza di insufficienza venosa, ulcere venose o edema venoso e può avere un ruolo nei quadri misti venoso-linfatici.

Si può applicare una benda zincata in ogni linfedema?

No. Devono essere valutati circolazione arteriosa, stato della pelle, sensibilità, presenza di infezione, ferite e causa del gonfiore. Nel linfedema puro non è dimostrata una superiorità rispetto ai sistemi multistrato standard.

Il bendaggio può essere eseguito autonomamente?

Solo dopo addestramento individuale. Pressione e gradienti errati possono rendere il trattamento inefficace o provocare danni. La prima applicazione e l’educazione devono essere eseguite da personale formato.

L’attività fisica peggiora il linfedema?

Un esercizio graduale e appropriato è generalmente sicuro e può migliorare funzione, forza e qualità di vita. Deve essere adattato alle condizioni cliniche e alla risposta dell’edema.

Quando bisogna contattare subito un medico?

In caso di gonfiore improvviso, febbre, rossore diffuso, dolore crescente, cute molto calda, fiato corto, dolore toracico, colorazione anomala delle dita o perdita improvvisa di sensibilità.

Fonti scientifiche principali

Michelucci A, et al. Clinical impact of zinc oxide compression bandaging in chronic venous disease. Journal of Wound Management. 2025;26(1).

International Society of Lymphology. The Diagnosis and Treatment of Peripheral Lymphedema: 2023 Consensus Document. Lymphology. 2023;56(4):133-151.

Gilchrist L, et al. Effectiveness of complete decongestive therapy for upper extremity breast cancer-related lymphedema: a review of systematic reviews. Medical Oncology. 2024.

Thompson B, et al. Manual lymphatic drainage treatment for lymphedema: a systematic review of the literature. Journal of Cancer Survivorship. 2021;15:244-258.

Rabe E, et al. Risks and contraindications of medical compression treatment: a critical reappraisal. Phlebology. 2020;35:447-460.

Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista


Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Tendinopatia del Tendine d’Achille: Perché il Riposo non Basta

Introduzione

Il dolore nella parte posteriore della caviglia, soprattutto durante la corsa, il cammino veloce o i primi passi del mattino, può dipendere da una tendinopatia del tendine d’Achille.

È una condizione frequente tra runner e sportivi, ma può interessare anche persone sedentarie o che hanno aumentato improvvisamente il proprio livello di attività.

La prima cosa da sapere è che non si tratta necessariamente di una semplice “infiammazione”. Nelle forme persistenti si osservano soprattutto alterazioni della struttura e della capacità del tendine di tollerare il carico.

Per questo motivo, limitarsi al riposo o utilizzare esclusivamente trattamenti passivi può attenuare temporaneamente i sintomi senza recuperare realmente la capacità del tendine.

Secondo le linee guida cliniche più recenti, il trattamento centrale è rappresentato da un programma personalizzato di esercizio e carico progressivo, accompagnato dalla gestione delle attività che provocano dolore.

Che cos’è il tendine d’Achille?

Il tendine d’Achille collega i muscoli del polpaccio — gastrocnemio e soleo — al calcagno.

È fondamentale per:

Durante la corsa deve sopportare carichi molto elevati. Questo non significa che il carico faccia necessariamente male: un tendine sano ha bisogno di essere caricato per mantenere le proprie capacità.

Il problema può comparire quando le richieste aumentano più rapidamente della capacità di adattamento del tessuto.

Tendinite o tendinopatia?

Nel linguaggio comune si parla spesso di “tendinite d’Achille”. Il termine suggerisce che il problema sia causato esclusivamente da un’infiammazione.

Nelle condizioni persistenti è generalmente più appropriato parlare di tendinopatia achillea, una situazione caratterizzata da dolore e riduzione della funzione del tendine.

Questo cambiamento terminologico è importante anche per il trattamento: se il problema fosse soltanto infiammatorio, riposo e farmaci potrebbero essere sufficienti. Nella maggior parte dei casi, invece, è necessario recuperare progressivamente forza e tolleranza al carico.

Tendinopatia inserzionale e della porzione media

Non tutte le tendinopatie achillee sono uguali.

Tendinopatia della porzione media

Il dolore è localizzato generalmente alcuni centimetri sopra l’inserzione del tendine sul calcagno.

Può essere presente un ispessimento localizzato e il fastidio aumenta frequentemente durante corsa, salto o sollevamento del tallone.

Tendinopatia inserzionale

Il dolore è localizzato nel punto in cui il tendine si inserisce sul calcagno.

In questa forma, la compressione del tendine contro il calcagno può contribuire ai sintomi. Alcuni esercizi eseguiti lasciando scendere molto il tallone sotto il livello di un gradino potrebbero risultare inizialmente irritanti.

Distinguere le due forme è importante perché la progressione degli esercizi e la gestione dell’ampiezza del movimento possono essere differenti.

Quali sono i sintomi?

I sintomi più comuni comprendono:

Il dolore può diminuire durante il riscaldamento e aumentare nuovamente alcune ore dopo l’attività o il giorno successivo.

Questo andamento non significa che il problema sia risolto: la risposta nelle 24 ore successive aiuta il fisioterapista a capire se il carico proposto sia stato adeguato.

Perché si sviluppa?

La tendinopatia ha un’origine multifattoriale. Raramente esiste una sola causa.

Tra i fattori potenzialmente rilevanti troviamo:

Non è quindi scientificamente corretto attribuire automaticamente il problema alla postura, all’appoggio del piede o a una singola scarpa.

La scarpa e la tecnica di corsa possono essere valutate, ma devono essere inserite in un’analisi più ampia dei carichi, della forza e della storia clinica.

Come viene effettuata la diagnosi?

Nella maggior parte dei casi la diagnosi è prevalentemente clinica.

La valutazione può comprendere:

Le linee guida sconsigliano di utilizzare automaticamente ecografia o risonanza magnetica quando la presentazione clinica è chiara. L’imaging può essere utile quando la diagnosi è incerta, l’evoluzione è inattesa, si sospetta una lesione diversa o il trattamento non produce i risultati previsti.

Le alterazioni rilevate nelle immagini, inoltre, non coincidono sempre con l’intensità del dolore. Un tendine può apparire modificato anche in persone prive di sintomi.

Quando è necessario farsi visitare rapidamente?

È opportuno richiedere una valutazione tempestiva in presenza di:

Questi segnali possono richiedere l’esclusione di una rottura del tendine o di altre condizioni.

Perché il riposo assoluto non basta?

Sospendere temporaneamente l’attività più irritante può ridurre il dolore, ma il riposo prolungato diminuisce la capacità del tendine e del polpaccio di tollerare gli sforzi.

Quando la persona riprende improvvisamente corsa o sport, il problema può ripresentarsi perché il tessuto non è stato preparato alle richieste precedenti.

Le linee guida del 2024 indicano che il riposo completo non è normalmente necessario. L’attività può essere mantenuta entro livelli tollerabili, monitorando i sintomi e adattando temporaneamente intensità, velocità e volume.

La soluzione non consiste quindi nello scegliere tra “fermarsi” e “continuare come prima”, ma nel trovare una quantità di carico che stimoli il recupero senza provocare un peggioramento persistente.

Qual è il trattamento più efficace?

Educazione e gestione del carico

Il primo passaggio consiste nel comprendere quali attività abbiano superato la capacità attuale del tendine.

Non sempre è necessario interrompere completamente la corsa. In base ai sintomi può essere sufficiente modificare temporaneamente:

Esercizio terapeutico progressivo

L’esercizio con carico sul tendine rappresenta il trattamento di prima scelta per la tendinopatia della porzione media.

Il programma può includere:

  1. esercizi isometrici;
  2. sollevamenti del tallone a due gambe;
  3. sollevamenti monopodalici;
  4. esercizi con ginocchio esteso e flesso;
  5. incremento progressivo del peso;
  6. esercizi più rapidi;
  7. salti e rimbalzi;
  8. corsa e gesti sport-specifici.

Non esiste un unico protocollo valido per tutti. Gli esercizi eccentrici possono essere efficaci, ma non sono l’unica possibilità: anche programmi concentrici-eccentrici e di forza progressiva possono produrre buoni risultati.

Le linee guida raccomandano esercizi di carico con intensità adeguata almeno tre volte alla settimana, compatibilmente con tolleranza, obiettivi e fase del recupero.

Terapia manuale

La terapia manuale può essere utilizzata quando sono presenti limitazioni articolari o dei tessuti molli, soprattutto come complemento per facilitare l’esercizio.

Da sola, però, non ricostruisce la forza e la capacità necessarie per correre e saltare.

Onde d’urto

Le onde d’urto possono essere valutate in alcune tendinopatie persistenti, soprattutto quando esercizio ed educazione non hanno prodotto un miglioramento sufficiente.

Le prove disponibili non sono però uniformi e i risultati possono cambiare tra tendinopatia inserzionale e della porzione media. Una revisione del 2022 ha riportato risultati favorevoli soprattutto per la porzione media, mentre le conclusioni sulla forma inserzionale erano più incerte.

Le onde d’urto devono quindi essere considerate un possibile coadiuvante, non un sostituto dell’esercizio progressivo.

Tecarterapia, laser e ultrasuoni

Queste tecnologie possono avere un ruolo complementare nella gestione dei sintomi, ma non dovrebbero costituire il centro del trattamento.

La priorità rimane il recupero della capacità del tendine attraverso esercizio, educazione e progressione dei carichi.

Le infiltrazioni sono indicate?

Le infiltrazioni di corticosteroidi vicino al tendine d’Achille richiedono particolare cautela per i possibili rischi e non rappresentano un trattamento routinario.

Per PRP e altre infiltrazioni biologiche, i risultati della ricerca non consentono di affermare che siano sistematicamente superiori a un programma riabilitativo ben condotto.

L’indicazione deve essere valutata individualmente da uno specialista e non dovrebbe sostituire il recupero della funzione.

Quanto tempo serve per guarire?

La tendinopatia achillea può richiedere diversi mesi. I tempi dipendono da:

Un miglioramento iniziale del dolore non coincide necessariamente con il completo recupero della forza e della capacità di sostenere corsa e salto.

Per ridurre il rischio di ricaduta è importante proseguire fino al raggiungimento di criteri funzionali adeguati.

Quando si può tornare a correre?

Il ritorno alla corsa dovrebbe essere progressivo e basato sulla risposta del tendine.

Prima di aumentare i carichi possono essere valutati:

La ripresa può iniziare con alternanza tra corsa e cammino, aumentando una variabile alla volta. Incrementare contemporaneamente durata, velocità e pendenza rende più difficile capire quale carico abbia irritato il tendine.

Si può prevenire?

Non tutte le tendinopatie sono prevenibili, ma è possibile ridurre alcuni fattori di rischio:

Fisioterapia per la tendinopatia achillea a Genova

Alla FisioClinic di Genova il percorso può comprendere valutazione clinica e funzionale, analisi dei carichi, esercizio terapeutico progressivo e programmazione del ritorno alla corsa o allo sport.

Quando indicato, il programma può essere integrato con terapia manuale e tecnologie come le onde d’urto focali, mantenendo l’esercizio come elemento centrale del recupero.

L’obiettivo non è soltanto diminuire il dolore, ma restituire al tendine la capacità di sostenere le attività che la persona desidera recuperare.

Domande frequenti

Bisogna smettere completamente di correre?

Non sempre. In molti casi è possibile ridurre temporaneamente volume, velocità, salite o frequenza, mantenendo un livello di attività compatibile con i sintomi.

Gli esercizi eccentrici sono obbligatori?

No. Sono una possibilità efficace, ma non l’unica. Il programma può comprendere contrazioni isometriche, concentriche, eccentriche, forza lenta e progressioni elastiche.

Ecografia e risonanza sono sempre necessarie?

No. Quando sintomi e valutazione clinica sono caratteristici, l’imaging può non essere necessario. Viene considerato in caso di dubbi diagnostici, sospette lesioni differenti o andamento inatteso.

Si può massaggiare il tendine d’Achille?

Il trattamento manuale può aiutare alcuni sintomi o limitazioni associate, ma non sostituisce il programma di carico.

Le onde d’urto curano la tendinopatia?

Possono aiutare alcuni pazienti con sintomi persistenti, ma non funzionano nello stesso modo per tutti e dovrebbero essere integrate con l’esercizio.

La tendinopatia può causare la rottura del tendine?

Tendinopatia e rottura sono condizioni differenti. Un dolore improvviso accompagnato da schiocco, perdita di forza e difficoltà a camminare richiede una valutazione tempestiva.

Quanto dura la fisioterapia?

Non esiste una durata identica per tutti. Spesso sono necessari diversi mesi per recuperare completamente forza e capacità sportiva, anche quando il dolore diminuisce prima.

Quali scarpe sono migliori?

Non esiste una scarpa universalmente migliore. Comfort, attività praticata, storia del paziente e variazioni recenti della calzatura devono essere valutati individualmente.

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica o fisioterapica individuale.

Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Camilla Gatti – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista


Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Lesione del Crociato Anteriore: Operare o Riabilitare?

Introduzione al legamento crociato anteriore

Quando si rompe il legamento crociato anteriore, la domanda sembra inevitabile: bisogna operarsi oppure è possibile recuperare con la fisioterapia?

La risposta più corretta è che non esiste una soluzione uguale per tutti.

Alcune persone riescono a recuperare una buona stabilità funzionale attraverso un programma riabilitativo strutturato. Altre continuano invece a percepire cedimenti e instabilità, soprattutto durante corsa, cambi di direzione e sport di pivoting. In questi casi può essere opportuno valutare la ricostruzione chirurgica.

La decisione non dovrebbe quindi dipendere solamente dalla risonanza magnetica, dall’età o dal tipo di sport praticato. Deve nascere da una valutazione complessiva che consideri:

Che cos’è il legamento crociato anteriore?

Il legamento crociato anteriore, comunemente indicato con la sigla LCA, contribuisce a controllare il movimento anteriore e la rotazione della tibia rispetto al femore.

La sua lesione si verifica frequentemente negli sport caratterizzati da decelerazioni, atterraggi, cambi di direzione e rotazioni improvvise. Calcio, basket, pallavolo, sci e padel sono alcuni degli sport nei quali questo infortunio può presentarsi.

La rottura può essere accompagnata da gonfiore, dolore, limitazione del movimento e sensazione di instabilità. Tuttavia, intensità dei sintomi e capacità funzionale possono essere molto diverse da persona a persona.

LCA rotto significa necessariamente operazione?

No. La rottura del crociato anteriore non determina automaticamente la necessità di un intervento chirurgico.

Gli studi che hanno confrontato la ricostruzione precoce con un percorso iniziale di riabilitazione, seguito da chirurgia solo quando necessaria, mostrano che una parte dei pazienti può ottenere risultati soddisfacenti senza essere operata.

Nello studio randomizzato COMPARE, circa la metà dei partecipanti assegnati inizialmente a riabilitazione con possibilità di intervento differito non è stata sottoposta a ricostruzione nei due anni successivi. Il gruppo operato precocemente ha registrato un vantaggio statistico in alcuni risultati riferiti dai pazienti, ma la differenza principale non è stata considerata clinicamente rilevante. Gli episodi di cedimento, però, sono risultati più frequenti nel gruppo trattato inizialmente senza intervento. Questi risultati mostrano perché la scelta debba essere personalizzata e monitorata nel tempo. Studio COMPARE – BMJ

Coper, non-coper e adapter: tre possibili percorsi funzionali

Nella letteratura riabilitativa è stata proposta una distinzione tra persone che riescono a compensare efficacemente la perdita del legamento e persone che manifestano instabilità persistente.

Queste definizioni non sono etichette definitive, ma descrivono il comportamento funzionale del ginocchio in un determinato momento.

1. Il paziente “coper”

Il termine coper indica una persona che, nonostante la lesione del LCA, riesce a mantenere una buona stabilità funzionale e a svolgere le attività desiderate senza cedimenti significativi.

Questo risultato può dipendere da numerosi fattori:

La valutazione storicamente proposta per identificare i potenziali coper comprendeva test di salto, numero di episodi di cedimento, percezione globale della funzionalità del ginocchio e questionari sulle attività quotidiane. Fitzgerald et al., 2000

Questi test possono orientare il ragionamento clinico, ma non sono una “sentenza” e non permettono di prevedere con certezza il futuro di ogni paziente.

2. Il paziente “adapter”

Il termine adapter viene talvolta impiegato in ambito divulgativo per descrivere chi riesce a convivere con la lesione modificando le proprie attività.

La persona può, per esempio:

“Adapter” è però una definizione meno standardizzata rispetto a coper e non-coper. È quindi più corretto utilizzarla come descrizione di una strategia comportamentale, non come una diagnosi clinica rigida.

3. Il paziente “non-coper”

Il non-coper presenta episodi di instabilità o cedimento che limitano le attività desiderate nonostante un percorso riabilitativo adeguato.

In questa situazione la ricostruzione chirurgica può diventare una possibilità concreta, soprattutto quando la persona:

Il consenso Panther indica la chirurgia come opzione generalmente preferibile negli atleti che vogliono tornare stabilmente a sport ad alta richiesta con pivot e cambi di direzione. Il trattamento non chirurgico può invece essere ragionevole per attività prevalentemente rettilinee, purché non siano presenti instabilità ricorrente o lesioni associate rilevanti. Panther Symposium ACL Treatment Consensus

La classificazione può cambiare

Uno degli aspetti più importanti è che una persona non rimane necessariamente coper o non-coper per tutta la vita.

Un paziente inizialmente classificato come non-coper può migliorare forza, controllo motorio e fiducia dopo un programma progressivo di esercizio. Allo stesso modo, un presunto coper può sviluppare instabilità quando aumenta l’intensità dello sport.

Uno studio prospettico ha rilevato che la classificazione effettuata poco dopo la lesione può cambiare in seguito a un programma di allenamento neuromuscolare e di forza. Thoma et al., 2019

Per questa ragione la valutazione deve essere ripetuta durante il percorso. Il paziente va osservato mentre recupera, aumenta i carichi e si avvicina alle attività che desidera riprendere.

Perché la riabilitazione è indispensabile

La fisioterapia non rappresenta semplicemente un’alternativa all’intervento. È una componente fondamentale in entrambi i percorsi.

Nel trattamento conservativo serve a migliorare:

Quando viene scelta la chirurgia, una buona preparazione preoperatoria può favorire il recupero del movimento e della forza. Dopo l’intervento, la riabilitazione accompagna progressivamente la persona dal controllo dei sintomi al ritorno alle attività.

Le linee guida Aspetar indicano l’esercizio terapeutico come elemento centrale della riabilitazione dopo ricostruzione del LCA. Le tecnologie e le terapie strumentali possono essere utilizzate come supporto in situazioni specifiche, ma non sostituiscono un programma progressivo basato sull’esercizio. Aspetar Clinical Practice Guideline

Come si decide se operare?

Non esiste un singolo test che fornisca da solo la risposta. La scelta può essere costruita attraverso una decisione condivisa tra paziente, ortopedico e fisioterapista.

La chirurgia viene considerata più frequentemente quando:

Un percorso non chirurgico può essere ragionevole quando:

In alcuni casi è possibile iniziare con la riabilitazione e rivalutare successivamente la necessità dell’intervento. Scegliere un approccio riabilitativo iniziale non significa rinunciare definitivamente alla chirurgia.

Il ritorno allo sport non dipende solo dal tempo

Dopo una lesione o una ricostruzione del LCA non dovrebbe essere il calendario, da solo, a stabilire quando riprendere lo sport.

La valutazione dovrebbe considerare:

Raggiungere una certa data non significa automaticamente essere pronti. Il ritorno allo sport è un processo progressivo, non un singolo test superato in ambulatorio.

L’intervento previene l’artrosi?

La ricostruzione del crociato può migliorare la stabilità meccanica e facilitare il ritorno a determinate attività, ma non dovrebbe essere presentata come una garanzia contro l’artrosi.

Una revisione sistematica con meta-analisi non ha dimostrato che la ricostruzione prevenga in modo certo lo sviluppo di artrosi rispetto al trattamento non chirurgico. Il rischio articolare dipende anche dal trauma iniziale, dalle condizioni di menischi e cartilagine, da eventuali nuovi infortuni e dall’esposizione ai carichi nel tempo. Revisione sistematica sull’artrosi dopo lesione del LCA

Conclusioni

Dopo una lesione del crociato anteriore non esistono solamente due strade — operarsi o non fare nulla.

Esiste un percorso di valutazione e riabilitazione che permette di capire come il ginocchio risponde e quali obiettivi possa sostenere. Alcune persone possono diventare buoni coper, altre scelgono di adattare le proprie attività, mentre per altre la chirurgia rappresenta la soluzione più coerente.

La domanda corretta non è quindi soltanto «il crociato è rotto?», ma:

quanto è stabile il ginocchio, quali attività desidera recuperare il paziente e come risponde a una riabilitazione di qualità?

Alla FisioClinic il percorso può essere costruito attraverso la collaborazione tra fisiatra, ortopedico e fisioterapista, definendo obiettivi progressivi e criteri funzionali verificabili.

Domande frequenti

Un crociato anteriore rotto deve essere sempre operato?

No. Alcune persone recuperano una buona stabilità attraverso la fisioterapia. L’eventuale indicazione chirurgica dipende da instabilità, richieste funzionali, lesioni associate e risposta alla riabilitazione.

La risonanza magnetica è sufficiente per decidere?

No. La risonanza descrive il danno anatomico, ma la decisione deve comprendere anche visita clinica, episodi di cedimento, test funzionali, obiettivi sportivi e risposta al trattamento.

Si può tornare a giocare a calcio senza operazione?

In alcuni casi è possibile, ma il calcio comporta cambi di direzione, contatti e movimenti di pivoting. È necessaria una valutazione particolarmente accurata e il rischio di instabilità deve essere discusso con il team curante.

Come si riconosce un paziente coper?

Attraverso anamnesi, assenza o riduzione degli episodi di cedimento, questionari, test di forza, prove di salto e valutazione della qualità del movimento. Nessun test isolato garantisce però il risultato futuro.

Un non-coper può diventare coper?

Sì. La classificazione può cambiare dopo un programma di forza e allenamento neuromuscolare. Per questo è utile ripetere le valutazioni durante la riabilitazione.

La fisioterapia serve anche se scelgo l’operazione?

Sì. Preparazione preoperatoria e riabilitazione postoperatoria sono parti essenziali del recupero.

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione individuale medica e fisioterapica.rendere anche interventi attivi e coerenti con gli obiettivi funzionali del paziente.


Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Camilla Gatti – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista


Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.

Operato NON Significa Riabilitato: il Ruolo della Fisioterapia nel Recupero

Introduzione

Un intervento chirurgico tecnicamente riuscito non restituisce automaticamente forza, mobilità e sicurezza nel movimento. Allo stesso modo, una frattura consolidata alla radiografia non significa necessariamente che la persona sia pronta a camminare normalmente, tornare al lavoro o riprendere lo sport.

Può sembrare un’affermazione ovvia. Nella pratica, però, la fisioterapia viene ancora talvolta considerata una fase facoltativa: qualcosa da iniziare soltanto se il dolore non passa o se il recupero non procede come sperato.

È proprio qui che nasce l’equivoco.

La guarigione dei tessuti e il recupero della funzione sono collegati, ma non sono la stessa cosa. L’osso può consolidarsi, la ferita chirurgica può chiudersi e l’esame strumentale può risultare rassicurante, mentre rimangono rigidità, debolezza, gonfiore, alterazioni del passo, paura del movimento o difficoltà nelle attività quotidiane.

In questi casi il problema non è necessariamente che l’intervento sia fallito. Molto più semplicemente, il percorso di cura non è ancora terminato.

La dimissione non rappresenta sempre la fine della cura

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la riabilitazione come un insieme di interventi finalizzati a ottimizzare il funzionamento e a ridurre la disabilità nelle persone con condizioni acute o croniche.

La riabilitazione non è quindi riservata alle disabilità permanenti e non coincide con una serie standardizzata di esercizi. È un processo personalizzato che aiuta la persona a recuperare le capacità necessarie per vivere, lavorare e muoversi nel modo più sicuro e autonomo possibile. World Health Organization

Eppure continua a essere diffusa un’idea discutibile: se l’intervento è riuscito, il resto dovrebbe avvenire da solo.

Il corpo possiede certamente capacità spontanee di guarigione. Ma l’immobilizzazione, il dolore e la riduzione delle attività possono determinare perdita di forza, rigidità articolare, minore equilibrio e modificazioni del modo di camminare o utilizzare un arto. Aspettare passivamente non è sempre la strategia più efficace.

La domanda corretta, quindi, non è: “L’osso è guarito?” oppure “L’intervento è andato bene?”. È anche: “La persona ha recuperato ciò che le serve per tornare alla propria vita?”

Fisioterapia dopo una frattura: consolidare non basta

Durante il periodo di immobilizzazione, muscoli, articolazioni e sistema nervoso ricevono meno stimoli. Dopo la rimozione di un gesso, di un tutore o di un divieto di carico possono comparire:

La fisioterapia non accelera magicamente la consolidazione ossea e non sostituisce i controlli dell’ortopedico o del fisiatra. Il suo compito è accompagnare il recupero funzionale rispettando la stabilità della frattura, i tempi biologici e le indicazioni sul carico.

Il programma può comprendere recupero graduale della mobilità, rinforzo muscolare, gestione dell’edema, rieducazione del passo, lavoro propriocettivo e preparazione al ritorno alle attività quotidiane, lavorative o sportive.

Le modalità cambiano profondamente tra una frattura di polso, caviglia, femore, spalla o vertebra. Per questo non esiste un protocollo universale valido per tutti.

Dopo un intervento chirurgico, la riabilitazione completa il percorso

La chirurgia interviene sulla struttura: ripara, stabilizza, ricostruisce o sostituisce. La riabilitazione lavora invece sulla funzione.

Dopo un intervento ortopedico possono essere necessari:

Anticipare indiscriminatamente gli esercizi può essere imprudente, ma ritardare senza motivo il recupero può favorire rigidità, debolezza e strategie di compenso.

Il momento corretto per iniziare dipende dal tipo di intervento, dalle indicazioni del chirurgo, dalla guarigione dei tessuti e dalle condizioni generali del paziente. La comunicazione tra chirurgo, fisiatra e fisioterapista è quindi parte integrante di un percorso sicuro.

Problemi al rachide: riposo e trattamenti passivi non sono sempre la risposta

Quando si parla di cervicalgia, lombalgia, ernia del disco o dolore persistente alla schiena, è facile cadere in due estremi: considerare ogni dolore come un danno grave oppure liquidarlo come un problema destinato a passare da solo.

Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la lombalgia cronica primaria raccomandano un approccio personalizzato e integrato, che può comprendere educazione, strategie di autogestione, esercizio e, quando appropriate, altre terapie fisiche o psicologiche.

La stessa OMS sottolinea che spesso è necessaria una combinazione di interventi e sconsiglia di affidarsi automaticamente a singole soluzioni isolate. Linee guida OMS sulla lombalgia cronica

Questo significa che la fisioterapia moderna non dovrebbe ridursi al solo massaggio o all’utilizzo passivo di un macchinario.

L’obiettivo è aiutare la persona a:

Terapie manuali e strumentali possono essere utili in casi selezionati, ma dovrebbero essere inserite in un programma coerente e non sostituire automaticamente il recupero attivo.

“Non sento più dolore”: significa che sono guarito?

Non necessariamente.

La diminuzione del dolore è un segnale positivo, ma non misura da sola forza, resistenza, controllo motorio, equilibrio o capacità di affrontare i carichi della vita quotidiana.

Un paziente può non avere dolore camminando in casa e non essere ancora pronto per correre. Può riuscire a salire le scale, ma non controllare adeguatamente la discesa. Può muovere bene una spalla senza avere ancora la forza richiesta dal proprio lavoro.

Il ritorno alle attività dovrebbe quindi basarsi, quando possibile, su criteri funzionali osservabili e non soltanto sul tempo trascorso o sulla scomparsa dei sintomi.

La fisioterapia è sempre necessaria?

No: affermarlo sarebbe poco corretto.

Alcune persone recuperano bene con indicazioni semplici, un programma domiciliare e controlli periodici. Altre necessitano di un percorso più strutturato e supervisionato. La frequenza e la durata dipendono dalla diagnosi, dal tipo di intervento, dall’età, dagli obiettivi e dall’evoluzione clinica.

La vera questione non è prescrivere molte sedute a tutti. È evitare che un paziente venga considerato “guarito” senza averne valutato realmente la funzione.

Una buona riabilitazione non crea dipendenza dal terapista. Al contrario, dovrebbe rendere progressivamente il paziente più autonomo, fornendogli strumenti, esercizi e criteri con cui gestire il proprio recupero.

Come viene costruito un percorso riabilitativo

Una valutazione fisioterapica può prendere in considerazione:

Da questa valutazione nasce un programma progressivo. Gli obiettivi non dovrebbero essere generici, come “stare meglio”, ma funzionali: tornare a camminare per una determinata distanza, salire le scale, guidare, lavorare, sollevare un peso o riprendere uno sport.

Il programma viene poi modificato in base alla risposta del paziente. La progressione non dipende soltanto dal calendario, ma anche dalla qualità del movimento, dalla tolleranza al carico e dagli obiettivi raggiunti.

Quando è necessaria una nuova valutazione medica

La fisioterapia non sostituisce la diagnosi. Dopo una frattura o un intervento bisogna rispettare le indicazioni dello specialista e richiedere una rivalutazione in presenza di sintomi insoliti o in peggioramento.

In caso di dolore vertebrale, è opportuno rivolgersi rapidamente a un medico se compaiono perdita progressiva di forza, disturbi del controllo di vescica o intestino, alterazioni della sensibilità nella zona perineale, febbre, trauma importante, dolore notturno non modificabile o altri segnali clinici sospetti.

Una presa in carico responsabile comprende anche la capacità di riconoscere quando la fisioterapia non è il primo intervento necessario.

Dalla guarigione biologica al ritorno alla vita

La polemica, se vogliamo chiamarla così, non dovrebbe essere contro la chirurgia: un intervento appropriato può essere decisivo. Né dovrebbe essere contro l’attesa necessaria alla guarigione dei tessuti.

Il vero errore è confondere il buon esito medico o radiografico con il recupero completo della persona.

Una frattura può essere consolidata ma lasciare un passo insicuro. Un ginocchio operato può essere stabile ma ancora debole. Una colonna senza indicazione chirurgica può continuare a limitare il paziente se paura, inattività e ridotta capacità fisica non vengono affrontate.

La fisioterapia rappresenta il ponte tra la guarigione e il ritorno alla vita reale.

Presso FisioClinic – Centro Colombo di Genova, il percorso riabilitativo viene costruito sulla persona e, quando necessario, condiviso con fisiatri, ortopedici e altri professionisti. L’obiettivo non è soltanto ridurre il dolore, ma recuperare movimento, autonomia e fiducia in modo progressivo e misurabile.

Domande frequenti

Quando iniziare la fisioterapia dopo un intervento?

Dipende dall’intervento e dalle indicazioni del chirurgo. In alcuni casi la riabilitazione comincia precocemente; in altri occorre proteggere maggiormente i tessuti. Il programma deve rispettare le eventuali limitazioni di movimento e di carico.

Dopo una frattura bisogna aspettare la completa consolidazione?

Non sempre ogni attività deve essere sospesa fino alla completa consolidazione. In base alla stabilità della frattura e alle indicazioni mediche possono essere proposti esercizi sicuri anche nelle prime fasi, lavorando sulle regioni non immobilizzate e sulla prevenzione del decondizionamento.

Se non ho più dolore posso interrompere la fisioterapia?

La decisione dovrebbe considerare anche forza, mobilità, equilibrio e capacità di svolgere le attività desiderate. L’assenza di dolore non coincide necessariamente con il recupero completo.

Quante sedute di fisioterapia servono?

Non esiste un numero valido per tutti. Dipende dalla condizione clinica, dalla complessità dell’intervento, dagli obiettivi, dall’aderenza al programma domiciliare e dalla risposta al trattamento.

La fisioterapia è utile per ernia del disco e mal di schiena?

In molti casi sì, soprattutto attraverso educazione, esercizio graduale e recupero della funzione. Prima di iniziare è comunque necessaria una valutazione adeguata, in particolare quando sono presenti sintomi neurologici o altri segnali d’allarme.

Le terapie strumentali possono sostituire gli esercizi?

Generalmente no. Possono essere integrate nel percorso quando indicate, ma la riabilitazione dovrebbe comprendere anche interventi attivi e coerenti con gli obiettivi funzionali del paziente.


Prenota la tua Visita Specialistica Fisiatrica, Ortopedica o una Seduta Fisioterapica!

Desideri una valutazione con uno dei nostri professionisti?
Puoi chiamarci, inviarci una mail oppure prenotare direttamente cliccando sul nome del medico o del fisioterapista che preferisci qui sotto!

dott. Andrea Bertulessi – Fisiatra

dott. Vittorio Anfossi – Fisiatra

dott. Alessandro Grondona – Ortopedico

dott. Andrea Secchi – Fisioterapista

dott.ssa Francesca Tofani – Fisioterapista

dott. Andrea Motta – Fisioterapista

dott.ssa Camilla Gatti – Fisioterapista

dott.ssa Eleonora Pozzo – Fisioterapista


Avvertenza: questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione medica, fisiatrica o fisioterapica individuale.